La badessa e le brache – Decameron – Esercizi svolti

“La badessa e le brache” è una novella scritta da Boccaccio ed inserita nel Decameron. Qui di seguito troverete la novella con una serie di domande e relative risposte.

Levasi una badessa in fretta e al buio per trovare una sua monaca, a lei accusata, col suo amante nel letto; ed essendo con lei un prete, credendosi il saltero de’ veli aver posto in capo, le brache del prete vi si pose; le quali vedendo l’accusata e fattalane accorgere, fu diliberata, ed ebbe agio di starsi col suo amante.

Già si tacea Filomena, e il senno della donna a torsi da dosso coloro li quali amar non volea da tutti era stato commendato; e così in contrario non amor ma pazzia era stata tenuta da tutti l’ardita presunzion degli amanti, quando la reina a Elissa vezzosamente disse: – Elissa, segui – ; la qual prestamente incominciò:

 

 – Carissime donne, saviamente si seppe madonna Francesca, come detto è, liberar dalla noia sua; ma una giovane monaca, aiutandola la fortuna, sé da un soprastante pericolo leggiadramente parlando diliberò. E come voi sapete, assai sono li quali, essendo stoltissimi, maestri degli altri si fanno e gastigatori, li quali, sì come voi potrete comprendere per la mia novella, la fortuna alcuna volta e meritamente vitupera: e ciò addivenne alla badessa sotto la cui obedienzia era la monaca della quale debbo dire.

 

Sapere adunque dovete in Lombardia essere un famosissimo monistero di santità e di religione, nel quale, tra l’altre donne monache che v’erano, v’era una giovane di sangue nobile e di maravigliosa bellezza dotata, la quale, Isabetta chiamata, essendo un dì a un suo parente alla grata venuta, d’un bel giovane che con lui era s’innamorò; e esso, lei veggendo bellissima, già il suo disidero avendo con gli occhi concetto, similmente di lei s’accese: e non senza gran pena di ciascuno questo amore un gran tempo senza frutto sostennero. Ultimamente, essendone ciascuno sollecito, venne al giovane veduta una via da potere alla sua monaca occultissimamente andare; di che ella contentandosi, non una volta ma, molte con gran piacer di ciascuno la visitò.

 

Ma continuandosi questo, avvenne una notte che egli da una delle donne di là entro fu veduto, senza avvedersene e egli o ella, dall’Isabetta partirsi e andarsene. Il che costei con alquante altre comunicò; e prima ebber consiglio d’accusarla alla badessa, la quale madonna Usimbalda ebbe nome, buona e santa donna secondo la oppinion delle donne monache e di chiunque la conoscea; poi pensarono, acciò che la negazione non avesse luogo, di volerla far cogliere col giovane alla badessa; e così taciutesi, tra sé le vigilie e le guardie segretamente partirono per incoglier costei.

 

Or, non guardandosi l’Isabetta da questo né alcuna cosa sappiendone, avvenne che ella una notte vel fece venire, il che tantosto sepper quelle che a ciò badavano; le quali, quando a lor parve tempo, essendo già buona pezza di notte, in due si divisero, e una parte se ne mise a guardia dell’uscio della cella dell’Isabetta e un’altra n’andò correndo alla camera della badessa; e picchiando l’uscio, a lei che già rispondeva dissero: “Sù, madonna, levatevi tosto, ché noi abbiam trovato che l’Isabetta ha un giovane nella cella.”

 

Era quella notte la badessa accompagnata d’un prete il quale ella spesse volte in una cassa si faceva venire. La quale, udendo questo, temendo non forse le monache per troppa fretta o troppo volonterose tanto l’uscio sospignessero, che egli s’aprisse, spacciatamente si levò suso e come il meglio seppe si vesti al buio; e credendosi torre certi veli piegati, li quali in capo portano e chiamangli il saltero, le venner tolte le brache del prete; e tanta fu la fretta, che senza avvedersene in luogo del saltero le si gittò in capo e uscì fuori e prestamente l’uscio si riserrò dietro dicendo: “Dove è questa maladetta da Dio?” E con l’altre, che sì focose e sì attente erano a dover far trovare in fallo l’Isabetta, che di cosa che la badessa in capo avesse non s’avvedieno, giunse all’uscio della cella, e quello, dall’altre aiutata, pinse in terra: e entrate dentro nel letto trovarono i due amanti abbracciati. Li quali, da così subito sopraprendimento storditi, non sappiendo che farsi, stettero fermi. La giovane fu incontanente dall’altre monache presa e per comandamento della badessa menata in capitolo. Il giovane s’era rimaso; e vestitosi aspettava di veder che fine la cosa avesse, con intenzione di fare un mal giuoco a quante giugner ne potesse, se alla sua giovane novità niuna fosse fatta, e di lei menarne con seco.

 

La badessa, postasi a sedere in capitolo in presenzia di tutte le monache, le quali solamente alla colpevole riguardavano, incominciò a dirle la maggior villania che mai a femina fosse detta, sì come a colei la quale la santità, l’onestà, la buona fama del monistero con le sue sconce e vituperevoli opere, se di fuor si sapesse, contaminate avea: e dietro alla villania aggiugnea gravissime minacce.

 

La giovane, vergognosa e timida, sì come colpevole non sapeva che si rispondere, ma tacendo di sé metteva compassion nell’altre: e, multiplicando pur la badessa in novelle, venne alla giovane alzato il viso e veduto ciò che la badessa aveva in capo e gli usulieri che di qua e di là pendevano: di che ella, avvisando ciò che era, tutta rassicurata disse: “Madonna, se Dio v’aiuti, annodatevi la cuffia e poscia mi dite ciò che voi volete.”

 

La badessa, che non la ’ntendeva, disse: “Che cuffia, rea femina? ora hai tu viso da motteggiare? parti egli aver fatta cosa che i motti ci abbian luogo?”

 

Allora la giovane un’altra volta disse: “Madonna, io vi priego che voi v’annodiate la cuffia; poi dite a me ciò che vi piace”; laonde molte delle monache levarono il viso al capo della badessa e, ella similmente ponendovisi le mani, s’accorsero perché l’Isabetta così diceva.

 

Di che la badessa, avvedutasi del suo medesimo fallo e vedendo che da tutte veduto era né aveva ricoperta, mutò sermone e in tutta altra guisa che fatto non aveva cominciò a parlare, e conchiudendo venne impossibile essere il potersi dagli stimoli della carne difendere; e per ciò chetamente, come infino a quel dì fatto s’era, disse che ciascuna si desse buon tempo quando potesse; e liberata la giovane, col suo prete si tornò a dormire, e l’Isabetta col suo amante. Il qual poi molte volte, in dispetto di quelle che di lei avevano invidia, vi fé venire; l’altre che senza amante erano, come seppero il meglio, segretamente procacciaron lor ventura.

DOMANDE

  1. Svolgi la parafrasi della rubrica che sintetizza i contenuti della novella.

Una badessa si alza in fretta al buio nell’oscurità della sua stanza, per accertarsi delle accuse rivolte a una monaca, venuta meno al voto di castità, dalle consorelle. Ma essendo lei con un prete, erroneamente si pone in testa le braghe del sacerdote, pensando fosse il suo copricapo. Fatto accorgere di ciò la badessa, la monaca viene sciolta dall’accusa e le viene permesso di stare con l’amante.

  1. Ricava il tema della novella dal preambolo della narratrice Elissa.

Il tema è l’avvenire di episodi audaci e disdicevoli all’interno di luoghi insospettabili.

  1. Chi sono gli stoltissimi di cui parla Elissa? Quali considerazioni della narratrice li riguardano?

Sono le consorelle di Isabetta e la badessa. Le prime vogliano che Isabetta vengaduramente castigata e per questo decidono di farla cogliere sul fatto dalla badessa, ma alla fine rimangono solo invidiose dell’amante di Isabetta. La seconda invece vuole castigare la giovane monaca e le rivolge molle offese, nonostante essa stessa si sia macchiata di un peccato uguale se non più grave.

  1. Sempre nell’introduzione di Elisa, si cita per ben due volte l’intervento della fortuna. In riferimento a chi o a che cosa?

In riferimento alla decisione delle consorelle di rimandare l’accusa, dimodo che la badessa si ritrova con il prete la stessa sera in cui viene chiamata a cogliere sul fatto la monaca, e che quest’ultima riesce in questo maniera a fuggire qualsiasi punizione.

  1. Dividi il testo in sequenze, e attribuisci un titolo a ciascuno di esse.

righe 1-4 Rubrica

righe 5-24 Introduzione

righe 25-36 L’intervento delle monache

righe 36-43 La vicenda della badessa

righe 44-59 L’intervento della badessa

righe 60-74 Cambio di sermone

righe 75-fine Epilogo

  1. Come viene definito il luogo in cui è ambientata la novella? Perchè, secondo te?

Un monastero di santità (riga 15); penso che Boccaccio sia ironico

  1. Perchè la notte e il buio diventano elemento fondamentale dell’invenzione narrativa?

Secondo me, durante la notte avvengono molti di quei fatti che di giorno non si verificherebbero mai, mente il buio è uno strumento indispensabile della fortuna, poichè permette ad essa di stravolgere la vicenda.

  1. Quale ruolo assumono nella novella le consorelle di Isabetta? Che cosa motiva il loro agire?

Le consorelle di Isabella sono le accusatrici di Isabetta, ma poichè decidono di rimadare la denuncia per cogliere in fallo la giovane monaca, penso che il loro agire sia motivato da un leggero velo di invidia.

  1. Il piccolo gruppo di monache si muove compatto e sollecito. A che area semantica appartengono alcuni dei termini che descrivono il loro modo disciplinato di organizzarsi?

Alcuni dei termini che descrivono il loro modo disciplinato di organizzarsi sono usati solitamente in contesti quali “operazioni speciali” e “spionaggio”.

  1. A quale conclusione perviene la badessa dopo che, colta in fallo, è costretta a “mutare sermone”?

Essa giunge alla conclusione che è impossibile resistere agli stimoli della carne e che ogni monaca è libera di “divertirsi” come vuole.

  1. Nella conclusione del Decameron, l’autore, difendendosi dall’accusa di ave nelle “novelle troppa licenzia usata”, afferma che “niuna si disonesta n’è, che, con onesti vocaboli dicendola, si disdica ad alcuno”. Anche in questa novella, l’autore non indugia sui particolari più audaci ma vi accenna in modo rapido, velandoli di sorridenti metafore. Rintraccia nel testo gli “onesti vocaboli” dietro i quali si celanosituazioni esplicitamente erotiche.

Riga 21 “…essendone ciascuno sollecito…”

riga 24 “…non una ma molte volte, con gran piacere di ciascuno, la visitò.

riga 37 “…accompagnata da un prete,…”

riga 73 “…che ciascuna si desse buon tempo, quando potesse.”

riga 77-78 “…come seppero il mehlio, segretamente procacciarono lor ventura.”

  1. L’interesse di Boccaccio in questa novella è rivolto alla rappresentazione sorridente e distaccata dell’ambiente monastico. Su quali aspetti della vita conventuale si appunta l’ironia dell’autore? Motiva la risposta con puntuali riferimenti al testo.

L’autore concentra la sua ironia su come la vita conventuale non segua sempre le regole (di castità in questo caso).Il monastero è indicato come luogo di “santità e religione”. Altra ironia si può identificare nel mancato obbligo di castità della badessa, con un “povero” prete introdotto nel monastero dentro una cassa”. Ennesima presa in giro di Boccaccio è nell’aver fatto indossare alla badessa le braghe del sacerdote al posto del proprio copricapo, oltre al danno anche la beffa. Ironica anche è l’invidia delle monache nei confronti della giovane monaca, la cui si incontra altre volte con l’amante.

  1. Quale visione della natura umana delinea Boccaccio in questa novella? Esponi le tue riflessioni, facendo riferimento anche ad altre novelle del Decameron. Si tratta, a tuo avviso, di una concezione che può avere un valore anche nella società contemporanea?

Boccaccio delinea la natura animale dell’uomo, il quale non riesce a resistere al desiderio carnale, nonostante delle circostante. Questa scarsa purezza dell’uomo si ritrova anche in altre novelle, come ad esempio in quella di Andreuccio da Perugia, dove un prete è complice di una profanazione. Non vorrei sbilanciarmi nel critcare la società contemporanea, ma l’uomo è tuttora “uomo”.

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